Dal mezzogiorno problema… al Mezzogiorno per lo sviluppo del Paese

Un nuovo ruolo del pubblico: occupazione, coesione sociale e legalità

Napoli, 22 settembre 2005


INTERVENTI AL DIBATTITO


Michele GRAVANO – Segretario generale Cgil Campania
Luigi SAVIO – Segretario generale Fp Cgil Campania
Francesco ANGELOTTI – Segretario generale Cisl Campania
Osvaldo NASTASI –Segretario generale Uil Campania
Luigi VERALDI – Segretario generale Fp Cgil Calabria
Ugo MARANI – Presidente Ires Cgil Campania
Teodoro LA MONICA – Segretario generale Fp Cgil Sicilia
Dario SCALELLA – Presidente della Confapi Campania
Paolo NEROZZI - Segretario Confederale Cgil
Antonio SANTOMASSIMO – segretario generale FpCgil Napoli
Angelo SUMMA – Segretario generale Fp Cgil Basilicata


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Michele
GRAVANO
– Segretario generale Cgil Campania

 

Questo convegno affronta il tema del Sud ed il ruolo strategico che la Pubblica Amministrazione può e deve giocare -come è accaduto nel corso degli ultimi anni- in quanto leva dello sviluppo.

    Ricordo un’altra importante iniziativa  della Funzione Pubblica alla Mostra d’Oltremare qualche anno fa, quando  Segretario Generale era il compagno Paolo Nerozzi che saluto e che oggi è qui in rappresentanza della CGIL nazionale come Responsabile delle Politiche per il Mezzogiorno.

     Guardiamo con grande attenzione e valutiamo positivamente questa iniziativa voluta anche dalla  Funzione Pubblica Regionale, proprio perché intendiamo lavorare su queste questioni per il futuro, non solo nel dibattito congressuale, ma nell’azione contrattuale e rivendicativa per sollecitare l’azione delle Pubbliche Amministrazioni.

    Un tema strategico che dobbiamo sollevare in rapporto all’azione di coordinamento che i Presidenti delle Regioni del Sud hanno avviato -in vista anche dei nuovi fondi comunitari- è quello di considerare la riqualificazione, l’innovazione, la modernizzazione della macchina amministrativa, la sua trasparenza nei  servizi che deve offrire ai cittadini, sia per le migliori condizioni di lavoro per i dipendenti, l’efficienza di servizi moderni ed adeguati anche alla competizione che deve offrire alle imprese; il punto decisivo del nostro lavoro deve diventare una scelta strategica, un obiettivo di carattere interregionale a cui dovremmo lavorare come CGIL.

     Chiudo la mia presentazione che ho reputato non dovesse essere di rito  e mi auguro che i contenuti di questa discussione vivranno nel confronto congressuale. Vorrei, inoltre, in occasione di questa discussione che si annuncia di notevole interesse, dichiarare che in sede congressuale, a tutti i livelli, sosterrò gli emendamenti proposti dalla Funzione Pubblica e credo che questa mia posizione verrà conseguentemente sostenuta dalla Cgil della Campania.

    Prima di dare la parola a Luigi Savio, per la relazione, saluto i nostri ospiti della CISL e degli altri Sindacati: Nastase, Segretario Generale della categoria, ed Angelotti della CISL, che sono nostri tradizionali amici di confronto e di negoziazione. Altri interlocutori ci raggiungeranno. Saluto anche il Presidente dell’IRES, Ugo Marani, che interverrà al nostro dibattito e colgo anche l’occasione per salutare Marcello Tocco anche nella sua qualità di Responsabile della Sicurezza della CGIL Nazionale.  

 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Luigi SAVIO
– segretario generale FpCgil Campania

  

    Prima dell’introduzione – che sarà tenuta da Crispi – volevo sottolineare la  soddisfazione che la Funzione Pubblica della Campania e  tutte le sue strutture registrano questa mattina, nel vedere accolta una richiesta che avevamo posto all’interno dei lavori della Conferenza di Programma della Funzione Pubblica CGIL che si è tenuta qualche mese fa, in cui  ponemmo la grande questione del Mezzogiorno.  Allora parlavamo ancora di declino.  Oggi c’è dissesto,  degrado economico e sociale che si sta riversando nei nostri territori con  un arretramento della presenza dello Stato in tutte le sue articolazioni e  a questa assenza se ne sta sostituendo un’altra pericolosa negli strumenti , negli obiettivi e nei segnali che fa intravedere.

    Mi riferisco a quello che sta accadendo nella nostra Regione in relazione al ruolo della malavita organizzata. Non intendo soltanto riflettere sull’intensificazione di alcuni traffici illeciti che da sempre hanno caratterizzato queste forme di criminalità organizzata. La novità è nel fatto che questa malavita si sta impadronendo  di grosse fette di territorio,diventando anch’essa una vera e propria istituzione.

    Quello che è successo a Scampia, quello che accade ogni giorno nel Rione Salicella di Afragola o quella che è l’area di Castelvolturno - a ridosso di Caserta- la dice lunga sull’allarme che  dobbiamo lanciare  da questo Convegno rispetto ad una grande emergenza democratica che nasce come risultato di quello che sta combinando questo Governo. La situazione già era difficile e drammatica e le  dimissioni del Ministro del Tesoro la dicono lunga su quello che ci aspetta nei prossimi mesi per cui avevamo ragione nel chiedere elezioni immediate,piuttosto di far subire al Paese una campagna elettorale stracolma di colpi di scena pericolosi per la stabilità democratica del paese.

    Queste dimissioni non solo segnalano il declino e la crisi profonda del Centrodestra; ma incideranno  anche su alcune questioni che ci interessano come cittadini e lavoratori.

     Eravamo coscienti che l’accordo chiuso nella primavera di quest’anno per il rinnovo dei contratti del secondo biennio economico del pubblico impiego avrebbe dovuto trovare una soluzione pratica all’interno delle opzioni economiche della finanziaria. Quello che sta succedendo mette in pericolo  il rinnovo dei nostri contratti.

    Credo  dobbiamo cominciare a pensare a quali forme di mobilitazione dobbiamo sviluppare a sostegno di un accordo  che diventa sempre più aleatorio e difficile da conquistare.

    Voglio ribadire che è tempo di rimettere in moto la  straordinaria forza di mobilitazione  che abbiamo gestito negli ultimi anni e anche la consapevolezza di essere a fianco di tutti quei lavoratori che scenderanno in piazza per reclamare il diritto al rinnovo del contratto.

     Mi riferisco al rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Il 29 settembre ci sarà una giornata di sciopero generale in tutta Italia per il contratto e Napoli sarà sede di una straordinaria manifestazione regionale unitaria di quella categoria. Perciò,   la Funzione Pubblica della Campania invita i nostri compagni a partecipare a quella manifestazione e per questa occasione abbiamo rinviato di alcune ore il Direttivo di categoria che sancirà l’inizio del percorso congressuale. Lo abbiamo fatto per ribadire un’unità di intenti tra lavoro pubblico e privato.

    Abbiamo accolto con grande soddisfazione il fatto che Napoli fosse sede di un Convegno con tutte le nostre organizzazioni meridionali per discutere  la nostra esperienza nella contrattazione e  le scelte da assumere perché la Pubblica Amministrazione in queste Regioni, diventi anche un volano di sviluppo e di governo economico del Paese. Fare del Mezzogiorno non una delle questioni nazionali, ma  la questione nazionale per far comprendere al Paese che con l’avvio a soluzione dei nostri problemi può nascere un  movimento generale per il consolidamento della democrazia,il miglioramento economico e sociale  di questa parte dell’Europa.

    La nostra è una situazione difficile. La Campania – la seconda regione d’Italia come numero di abitanti - è lo specchio dei guasti prodotti dal Governo di Centrodestra nel nostro territorio che ha determinato una crisi economica  con interi comparti industriali in crisi con le conseguenti difficoltà del territorio a governare processi di trasformazione e  riconversione.

    Esempio eclatante è quello che sta succedendo per colpa del Governo, nella riconversione dell’area territoriale di Bagnoli.

    Nella nostra situazione  a causa dei tagli agli Enti locali e alla Sanità,  c’è un arretramento  della qualità dei servizi sociali per cui pur di assicurarne una parte minima, gli Enti locali sono costretti a privatizzarli in ragione dei costi e ciò è un problema per la qualità, la diffusione e l’esigibilità del servizio.

    La magistratura e la giustizia nel nostro territorio hanno sofferto per un attacco sistematico del Governo  ai magistrati,  al sistema della giustizia e Napoli ha dovuto fare i conti con la vicenda dell’ex Procuratore della Repubblica Cordova e ciò ha determinato uno scontro all’interno del Palazzo di Giustizia che ha rallentato la macchina della giustizia e come  conseguenza abbiamo le  carceri che stanno scoppiando e sono nell’orlo di una grave crisi sociale e sanitaria.

    Le  Forze dell’Ordine – a cui va dato atto del grande lavoro che hanno fatto in questi mesi nel contrasto alle forze della malavita organizzata – vivono una grave crisi organizzativa e strutturale: intimazioni di sfratto alle sedi dei Commissariati; strutture che mancano;difficoltà nell’utilizzo delle auto di servizio per lo svolgimento del lavoro. Insomma, sono difficoltà che le Forze dell’Ordine - insieme al grande lavoro che fanno - devono gestire quotidianamente.

    Viviamo, quindi, una situazione difficile, che se non è ricondotta all’interno di un grande progetto di rinnovamento, si porrà contro di noi.

    Le cronache di questi giorni - specialmente quelle campane - sono colme di episodi di cattivo funzionamento  della Pubblica Amministrazione  che è anche luogo di fenomeni inquietanti.

    Da agosto in poi abbiamo avuto una serie di articoli sistematici sui giornali esplicitamente contro il lavoro degli infermieri del “Cardarelli”, ci sono state le questioni  accadute sul 118 con forme di lotta che non ci appartengono. Insomma, siamo stati alla ribalta nella cronaca nazionale e locale per più settimane.

    Pensiamo ci sia bisogno di ridiscutere, insieme alle forze locali, un progetto che accomuni un processo di risanamento che coinvolga gli utenti e gli operatori del settore della Pubblica Amministrazione che in questa Regione e che, giorno per giorno, risentono del fatto che non ci sono rinnovi contrattuali; che c’è un “caro vita”  diventato sempre più incontrollabile. Inoltre, vivono sulla loro pelle una consuetudine che  vuole far  passare  il lavoro pubblico come disorganizzato,  fonte di spreco e - anche da qualche voce a noi vicina -  come una forma di ammortizzatore sociale.

    Siamo convinti, invece, che dalla Pubblica Amministrazione possa nascere un  processo che  inserisca elementi nuovi di sviluppo economico e sociale e faccia riacquisire allo Stato  una presenza significativa in alcune aree di questo Paese.

    Lo Stato non si può conoscere soltanto per le forme di repressione; lo Stato si deve conoscere per il ruolo di garante della democrazia, dei diritti universali e questo lo si può fare non solo con maggiori risorse e con un nuovo disegno di politica economica; ma anche agendo fortemente sugli operatori del settore.

    Nelle prossime settimane non faremo mancare - in relazione alle scelte che farà la Segreteria Nazionale - la nostra voce e le nostre proposte.

    Non possiamo sottacere sul fatto che se siamo fortemente critici sulle scelte di Governo nazionale, qualche problema e qualche critica non possiamo non esprimerla anche rispetto a scelte e  comportamenti che gli Enti locali nella nostra Regione stanno avendo negli ultimi tempi. Mi riferisco  a quello che sta succedendo nel Comune di Napoli e alla Regione Campania.

    Fra qualche mese non solo ci saranno le elezioni politiche, ma  anche il rinnovo del Consiglio Comunale di Napoli che è la terza città d’Italia. Non possiamo dirci soddisfatti di quelle che sono state le scelte di governo di questo Comune in questi anni: troppe volte la litigiosità politica e, probabilmente, anche la qualità delle forze di governo hanno fatto in modo che una speranza di rinascita e di rinnovamento della città si affievolisse sempre di più. Chiediamo a questa Amministrazione che almeno chiuda gli ultimi mesi di legislatura approvando alcuni importanti provvedimenti, che sono: la riforma di decentramento per le dieci municipalità; la riforma della Polizia municipale. Sarebbe un forte segnale di inversione di tendenza alla città se ci presentassimo, almeno alla fine della legislatura, con un bilancio in cui alcune riforme sono state approvate.

    L’altra questione riguarda la Regione Campania. Nella passata legislatura non abbiamo fatto mancare  nostro sostegno su alcune scelte qualificate e,  la nostra critica dura, feroce in alcuni casi relativa  a scelte di non governo che si facevano in alcuni settori importanti quali la sanità e l’ambiente.

    Oggi non solo ci auguriamo che con la nuova Giunta, nata dalle elezioni nella primavera scorsa, si cambi registro ma lo pretendiamo, perché sulle  questioni che riguardano lo Stato Sociale come il riassetto della sanità,  quello dell’ambiente a cominciare da ciò che sta succedendo nell’Agenzia Regionale (ARPA); inoltre, ci sono problemi di confronto per la gestione del personale della Regione.

    Il tempo delle attese anche nei confronto della Regione è scaduto. Qualche giorno fa c’è stata un’importante riunione tra  categoria, Confederazione, Camera del Lavoro sulle questioni della Sanità e sono state definite una serie di iniziative, anche nell’ambito della nostra discussione congressuale, per porre l’attenzione su alcuni temi strategici ed aprire un  confronto con la Regione Campania in relazione a scelte che  non condividiamo.

    Lo voglio dire questa mattina in modo che sia chiaro per tutti: non condividiamo affatto la scelta, che in alcuni casi si è fatta, di forme di privatizzazione per quanto riguarda la questione delle acque. Lo abbiamo fatto a Caserta, lo faremo a Napoli, lo faremo in ogni luogo di questa Regione.

    Su questa questione ci sarà la netta contrapposizione della nostra categoria e chiediamo alla CGIL Campania di aprire una discussione al nostro interno su queste forme di privatizzazione senza avere la presunzione di essere i depositari del vero, ma per avviare una discussione franca rispetto alle questioni del pubblico e della gestione di alcune risorse strategiche che diventano, in alcuni casi, emergenza nel nostro territorio: chi non ha vissuto negli scorsi anni nel nostro territorio emergenze che riguardavano non solo i rifiuti, ma anche l’acqua?

    Dobbiamo chiedere  al Governo di Centrosinistra, di cambiare pagina e di aprire una svolta politicamente significativa su  questioni essenziali per i cittadini.

    Questi sono i temi che -come Campania- portiamo questa mattina alla discussione, sapendo che solo una discussione  con le altre realtà ci può dare una grande forza di mobilitazione e di continuità rispetto a  progetti che abbiamo definito e che sosteniamo ogni giorno nel confronto con il Governo nazionale e nelle centinaia di contrattazioni che, quotidianamente, facciamo nei posti di lavoro.
 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Francesco A
NGELOTTI
– Segretario generale Cisl Campania
 

     Ho accettato con particolare soddisfazione l’invito che mi è stato rivolto dal vostro Segretario Generale, perché ritengo che il Sindacato debba cercare, sempre e comunque, tutti quegli aspetti che lo accomunano, perché  viviamo una situazione particolarmente difficile e nella difficoltà non possiamo consegnarci né all’impotenza, né alla rassegnazione.

     Penso che i nostri rappresentati, il mondo del lavoro spesso è condizionato  dal nemico  più grande del Sindacato: la rassegnazione dei lavoratori.

    Tutto questo ha un colpevole. Qualcuno potrebbe dire, come è logico che si dica, che sia il Governo: invece,  penso che sia l’assenza della politica che ha determinato per il Sindacato l’obbligo  a muoversi secondo un’ipotesi di coesione. La stessa crisi della concertazione intesa come confronto di programma,si determina quando in un nazione non c’è politica.

    Diceva Euripide che la politica, fondamentalmente, è l’arte del governare il probabile e l’improbabile. Su questo Governo abbiamo di probabile soltanto quella che è la scelleratezza di Berlusconi e di improbabile tutte quelle che sono le contraddizioni dei suoi alleati all’interno del Governo: ogni giorno assumono posizioni che, candidamente, cambiano il giorno successivo.

    In questa assenza della politica, il Sindacato difficilmente può esprimere i valori della rappresentanza, perché noi non rappresentiamo soltanto le persone. Abbiamo la necessità di rappresentare sempre di più i bisogni della gente ed è  quello che questo Governo non vuole. Devo dire, purtroppo, che quando si parla di assenza della politica non sono nemmeno particolarmente soddisfatto del ruolo che la stessa opposizione assume su questi temi.

    Molte volte il Sindacato è rimasto solo rispetto ad appuntamenti importanti quale anche quello del rinnovo del nostro contratto. C’era soltanto qualche flebile anelito di solidarietà da parte dell’opposizione, ma non c’era una iniziativa vera, convinta che oggi può dare a noi la motivazione di stare dentro ad un momento di conflitto vero contro questo Governo.

    Quando penso a cosa possiamo fare noi della Pubblica Amministrazione per poter elevare lo stato in cui versa questo Mezzogiorno, ricordo già nei primi confronti sulla Costituzione, avvertivamo che la Pubblica Amministrazione rappresenta la garanzia della democrazia.

     Siamo l’unico baluardo che può rappresentare la democrazia in questo Paese e quando la scelleratezza di un Governo tende a far sì che tutto quello che è pubblico possa essere esternalizzato, significa che  vengono meno i veri valori della democrazia ed è necessario stare attenti a questo messaggio, che è perverso perché colloca tutto quello che  rappresentiamo, la nostra storia al di fuori della partecipazione democratica. E’ chiaro – lo sentivo  nell’introduzione  di Savio – c’è la difficoltà a capire il sistema del Welfare in Italia. E’ chiaro che c’è insoddisfazione per come funziona il sistema sanitario e non riesco a capire perché in Italia si parla di sistema industriale, di sistema bancario e non si discute mai di un sistema del pubblico impiego che dovrebbe avere un complesso di appuntamenti e di obiettivi che difficilmente vengono raggiunti.

    Si preferisce ingigantire gli argomenti  per non poter dare un ruolo significativo ad una politica che serve per il pubblico impiego.

    Credo che migliorare il funzionamento della macchina per rendere certe e celeri le possibilità di coinvolgimenti del capitale privato, perché di questo si tratta, quando si può parlare di cosa può fare la politica. Cosa può fare il pubblico impiego, è accelerare il capitale privato, perché è bello dire: “Bisogna migliorare i servizi.”, ma se non c’è una convenienza economica?

    Quando abbiamo accettato di trasformare la nostra cultura dai Dpr ad un contratto di tipo privatistico; abbiamo scelto una strada in cui tutto deve essere fatto perché deve essere conveniente.

    Se questo è vero, vuol dire che affrontiamo  una scelta nelle nostre politiche favorendo il capitale privato,ciò  non significa  privatizzare a tutti i costi, commettendo errori analoghi a quelli degli anni ’70, quando si affermava che il Nord doveva sostenere il Sud per poterlo emancipare. Oggi ogni cosa è diversa anche se si parla di Fondi strutturali il cui utilizzo è chiaro che debba essere condizionato da un programma.

    Oggi il Mezzogiorno ha  vantaggi che gli provengono oggettivamente dalla globalizzazione che,  è competitività sempre più territoriale e l’onda asiatica che preme deve necessariamente passare per lo Stretto di Suez e, quindi, arrivare nel Mediterraneo, dove incontra il Mezzogiorno.

    Bisogna, quindi, favorire il capitale privato che venga ad investire nel Mezzogiorno ed è questa la concezione che deve accompagnare tutti coloro che sono impegnati nel pubblico impiego, perché è necessario che anche noi facciamo un po’ di autocritica.

    Il pubblico impiego, quindi, che non esalta il controllo di gestione perché questo viene esercitato con un atteggiamento inquisitorio e non come valutazione dei risultati; non dà le giuste garanzie al privato di poter investire, e ciò si associa con una criminalità che è sempre più dilagante.

    E’, quindi, un’esigenza quella di  migliorare la nostra cultura sindacale, essere capaci di analizzare i bilanci ed esercitare direttamente la politica del controllo di gestione. E’ un fatto importante per il Sindacato, qualunque sia il Governo, perché  stiamo discutendo di quello che sarà il futuro delle nuove generazioni e di questo siamo responsabili.

    Il compianto Papa Giovanni Paolo II° diceva che tutti siamo responsabili di tutti, per cui le nostre azioni non restano a sé stanti, ma determinano sviluppi ed anche ricadute verso gli altri. Un altro “modus agendi” per valutare il nostro modo comportamentale è quello di vedere il nostro contratto secondo   requisiti di meritocrazia, perché non c’è una cosa più ingiusta come quella di dare a tutti ciò che di tutti non è.

    Se non premiamo i meriti, non diventiamo quel punto di riferimento che possa servire anche all’impresa privata e dare credibilità agli investimenti. Solo così possiamo, secondo me, migliorare e migliorarci rispetto ad appuntamenti importanti.

    A volte discuto sulla pesantezza con cui affrontiamo i problemi. In Italia abbiamo ben 150 mila leggi che ci governano laddove la stessa Francia ne ha solo 7300 e la Germania ne ha addirittura 5400.

    Questo è un Parlamento, quindi, che legifera molto e molto male, perché spesso esistono leggi che si sovrappongono, per cui i servizi diventano duplicati di altri e in questa farraginosità riusciamo ad essere imbelli e non risolutivi rispetto a problemi che le nuove generazioni ci pongono.

    Oggi siamo di fronte ad un problema di grande responsabilità. Ascoltavo la riflessione sui giovani, certo,i giovani di fatto sono una ricchezza; ma molti,troppi giovani hanno sempre più paura del futuro, anziché nutrire speranze. A questi giovani abbiamo regalato, in ragione di quelle che sono le difficoltà economiche, i lavori atipici, in cui la flessibilità è diventata, inesorabilmente, un tormento e dove non c’è la soluzione rispetto a questi problemi e dobbiamo operare concretamente perché non è possibile creare un futuro fondato sull’incertezza.

    Credo, quindi, che ci voglia l’impegno non solo  del Sindacato e sopratutto della CGIL che ha un impegno importante come quello del Congresso. Questi, dovranno essere i temi del Sindacato nella sua interezza per cui non bisogna più trovare  elementi di divisione; ma costruire appuntamenti per dirci con sincerità le cose e non essere sempre e comunque figli di una politica che, purtroppo, non c’è.

                              


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Osvaldo NASTASI
–Segretario generale Uil Campania
 

    Sono grato a Gravano che mi ha dato la parola, alla CGIL Funzione Pubblica sia Regionale che  Nazionale per questo invito su un tema di grande interesse per il Sindacato confederale e per quello di categoria.

     Esordisco  dicendo che sia l’introduzione di  Savio che la relazione di Crispi mi trovano perfettamente d’accordo su molte questioni e il dibattito che la CGIL Funzione Pubblica sta iniziando a fare in previsione del Congresso è estremamente interessante visto che anche noi, come Funzione dei poteri locali della UIL, ci accingiamo alla tornata congressuale. Quindi il tema del Mezzogiorno, così come posto da Crispi a partire dalle sue radici storiche, è estremamente interessante.

    Nei pochissimi minuti che mi sono stati  concessi per portare i saluti ai compagni e alle compagne della CGIL, vorrei enucleare un solo tema di questa discussione e credo che anche Crispi lo abbia centrato in un passaggio della relazione introduttiva.

     Sono sempre più abituato da un po’ di anni, a vedere grandi responsabilità politiche che hanno visto il Mezzogiorno derubricato, non è più nell’agenda della politica, ma credo che non sia più nell’agenda della politica da diversi anni.

    L’interrogativo che, quindi, mi pongo, che ci siamo posti, che proveremo a porci è: come facciamo, come organizzazioni sindacali confederali - ognuno con le proprie caratteristiche, diversità, intelligenze, specificità, – a porre tutto questo? Perché non è stato solo derubricata la questione del Mezzogiorno nelle agende della politica, ma, è stato derubricato anche il ruolo che il Sindacato confederale italiano può dare in una battaglia per il miglioramento di queste realtà e come può il Sindacato meridionale e confederale a porsi su questo terreno.

    Lo spessore di un ragionamento congressuale fatto dalla CGIL Funzione Pubblica è chiaro che è un interrogativo al quale,  proveremo a dare risposta.

    Lo spazio che mi voglio ritagliare, in questo saluto, è relativo dell’esperienza sindacale e politica che compie la Funzione Pubblica, come dice Crispi, nei territori,  nelle autonomie locali, nei servizi e la risposta che va data (l’ho sentito anche altre volte dire da Podda) dal sindacato, dai lavoratori e dalle lavoratrici che operano “nelle fabbriche dove si producono i diritti”.

    La polemica è fin troppo facile. Molte cose non vanno, perché non va bene il pubblico impiego e allora anche in questo caso, c’è un grande interrogativo che  dobbiamo porci.

    E’ vero, ho detto che condivido in pieno tutte le analisi presenti nella relazione di Crispi; ma anche noi dovremmo fare, in un ambito congressuale, una valutazione se  dall’interno, ci poniamo l’interrogativo se le Amministrazioni, se i  poteri locali, se le fabbriche del diritto nei nostri territori hanno bisogno di una modernizzazione e su questa scommettiamo. Dobbiamo valutare se  anche noi, organizzazioni sindacali confederali,  su questa modernizzazione e sulla capacità di rinnovamento all’interno delle nostre Pubbliche Amministrazioni, dove il diritto spesso è scambiato per favoritismo,se noi lavoriamo per cambiare, se l’efficientizzazione delle nostre Pubbliche Amministrazioni rimane una scommessa per il Sindacato, per essere una base forte per un rinnovamento delle politiche del Mezzogiorno, come elemento strutturale, di base, per rinnovare dall’interno i nostri territori.

    Mi permetto di dire, lo ha citato Crispi ed io lo faccio da qualche anno, che sono abituato a declinare i Governi al plurale. Ci sono, certo, responsabilità fortissime negli ultimi anni e speriamo che terminerà tra poco questa esperienza e questa avventura fatta dal Governo Berlusconi; ma credo che dovremmo declinare anche al plurale i Governi sul nostro territorio.

     Molti compagni di Napoli e della Campania conoscono la mia appartenenza politica e quindi non ci sono dubbi sui miei ragionamenti; però, come fanno il sindacato confederale e quello di categoria a contribuire e a partecipare? Non c’è solo una negazione, una derubricazione della capacità del Sindacato a partecipare alle scelte di modernizzazione perché non appartengono ad un Governo, ma anche a quelli locali, e a quello della Regione Campania.

    Lo diceva, anche  Savio, non mi appassiona molto il dibattito sul ruolo dei territori. Nel 1993 c’era il Partito dei Sindaci,  delle grandi città  che costituivano un Movimento di rinnovamento del nostro Paese. Oggi lo sono i Governatori delle Regioni. Anche in questo caso, come Sindacato confederale, credo che una riflessione dovremmo farla.

    Non è spostando l’asse della centralità territoriale che si cambiano le cose. La questione si incentra sui contenuti,  le buone prassi politiche che si determinano nei territori e, anche qui, un deficit fortissimo lo dobbiamo denunciare, forse non in una contrapposizione netta. Abbiamo  temi di confronto con la Giunta Regionale della Campania, a partire da quelli della Sanità e non è vero che quello che è apparso sui giornali non ci appartenga. Dovremmo anche noi denunziare con forza quello che è accaduto.

    Lo ha fatto con forza il Presidente della Giunta Regionale, lo dovremmo fare anche noi, perché quello che è accaduto non ci appartiene,non è parte di quello che noi rappresentiamo. Sulla modernizzazione dei nostri sistemi dove dovremo svolgere grandi ruoli come Sindacato confederale, credo che abbia una grande chance in un momento come questo di grande crisi  che si sta verificando a livello nazionale. Dovremmo intervenire nel territorio  e con le nostre capacità.

    Finisco su un punto, lo citava anche Angelotti, sulle questioni dei contratti del pubblico impiego, faccio questa considerazione perché è presente Carlo Podda che è segretario generale della Funzione Pubblica Cgil. Ieri sera è stato siglato positivamente il secondo biennio della scuola, si aprono positivamente i Comitati di Settore e credo che abbiano dato già un minimo di apertura anche sugli altri contratti, ma se dobbiamo utilizzare i contratti, li dobbiamo utilizzare bene anche all’interno delle nostre Amministrazioni, delle nostre aziende e nel territorio.

    Molte volte non lo facciamo e in alcune occasioni ognuno  pensa al proprio orticello, a conservare quello che abbiamo, non guardiamo in avanti. Ricordo solo un’esperienza: in Giunta Regionale – lo dico ai compagni della CGIL Nazionale – abbiamo fatto una scommessa per quattro anni con un Assessore che ha utilizzato la concertazione con il Sindacato con grande positività. Mi riferisco all’Assessore al personale della Giunta Regionale della Campania.

    Abbiamo provato a fare alcune cose, molte sono state realizzate, altre, sono ancora a metà strada. Sembra, invece, che con la stessa Amministrazione e con la stessa Presidenza si sia interrotto questo circolo virtuoso. Questa capacità di concertare e di utilizzare tutti i meccanismi per guardare in avanti sta venendo meno.

    Siamo molto preoccupati e crediamo che sulle questioni che sono di competenza della Regione e che riguardano la capacità al miglioramento dei servizi, a partire dalla Sanità- avremo qualche problema in futuro.

    Sarà per noi una sfida in più. Lo dico a Gravano perché so che le Segreterie Regionali hanno  fissato  appuntamenti unitari su questi temi;  dovremo lavorare molto e mi auguro  che con l’intervento della Segreteria Confederale  potremo realizzare ciò che Crispi ha detto concludendo il suo intervento: quale è il contributo che diamo affinché “la fabbrica dei diritti” divenga veramente luogo in cui i lavoratori e il Sindacato partecipano veramente al cambiamento e alla modernizzazione di questi settori.

                                      


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Luigi VERALDI
– Segretario generale Fp Cgil Calabria
 

     Penso che la discussione di questa mattina appartenga ad un ragionamento che ha assunto già da tempo una centralità. La stessa assise di oggi rappresenta un modo irrituale di parlare di un problema che non può essere in maniera isolata trattato come un problema centrale solo per il Sindacato, ma rappresenta anche  un fenomeno legato ad un contesto sociale.

    Sono sicuro che le tematiche sul Mezzogiorno appassioneranno il nostro dibattito congressuale come, fra l’altro, è già anticipato nelle tesi. Penso che la discussione di oggi ci consenta, proprio qui a Napoli, di anticipare le questioni che riguardano un problema antico sul quale è necessario confermare un livello di garanzia, ma immaginare anche una sorta di innovazione nel nostro ruolo di responsabilità e di proposta.

    Non possiamo fare finta di non vedere che in particolar modo nel contesto meridionale c’è qualche dato differente. Abbiamo il problema sicuramente degli ultimi colpi di coda del Governo centrale, ma abbiamo, senza dubbio, una sorta di apertura dovuta - almeno per il momento parlo solo per la mia Regione- ad una tornata elettorale regionale che ci ha consegnato nuove situazioni politiche ed immaginare che il Governo Regionale debba incidere su scelte che, fra l’altro, non sono scelte libere -come non devono essere scelte libere quelle che si ottemperano rispetto alle problematiche del Mezzogiorno- che sono bene evidenti, ma riguardano alcune priorità e, allora, quale è il primo livello di ragionamento? Questa, appartiene ad una discussione interna alla nostra categoria, perché ci occupiamo di pubblico, ma anche perché appartiene ad un livello, ad una scaletta di priorità, che sono quelle di un nuovo ruolo e di una nuova ridefinizione della funzione della Pubblica Amministrazione.

    Ci siamo appassionati, abbiamo ragionato su quella che è la situazione del servizio pubblico, di un sistema pubblico, di come insiste in una realtà che si vuole rilanciare e che si vuole, per la prima volta, far decollare: quale è anche un ragionamento più complessivo che ci proviene, ad esempio, dalla  Conferenza Stato-Regioni che, sicuramente, ha un mutamento anche nelle percentuali di governo di quelle intese e come è possibile dopo incidere sulle scelte  che ci appartengono come Funzioni Pubbliche rispetto all’esplicazione di una funzione di rappresentanza; ma riguardano nello specifico, tematiche che, mi rendo conto, sono più di ordine confederale e attengono  a quell’esercizio, che ormai è diventato quotidiano,  di verifiche ed applicazione dei diritti di cittadinanza.

    Proprio, allora, rispetto a queste considerazioni dico: nel Mezzogiorno la verifica rispetto ad una spesa comunitaria che è stata utilizzata a macchia di leopardo. Saranno contenti i compagni e i cittadini della Basilicata, meno lo saremo noi della Calabria per avere perso premialità, per non avere utilizzato appieno quelle risorse.  Questa cognizione di grande responsabilità si coniuga ad altre responsabilità che sono non precipue, ma sicuramente consequenziali.

    L’avere immaginato di avere perso  un’appoggio  che rifletteva  sulle ipotesi di un sostegno alla trasparenza della Pubblica Amministrazione. Mi riferisco anzitutto alla rete dei territori e delle autonomie locali; la mia realtà è una di quelle più inquinate da un punto di vista dell’illegalità, abbiamo ormai un gran numero di Consigli Comunali sciolti per infiltrazione mafiosa. Non è perciò,il solito e consueto accesso ed infiltrazione del fenomeno dell’illegalità negli appalti; ma è anche una sorta di infiltrazione istituzionale che ha contato su alcune situazioni verso le quali la denuncia non è stata ferma come quella sindacale.

    Vorrei capire in tutto questo, come l’ANCI  riesce a ragionare con i propri Enti locali, con i Comuni rispetto alle politiche che riguardano le questioni di una semplificazione amministrativa e che  sicuramente confliggono con quello che è il fenomeno dell’infiltrazione e dello scambio-favore al posto del diritto.

 Queste situazioni dovrebbero farci  riflettere, perché, proprio gli stessi interlocutori che negano queste forme di ordinario esercizio di diritto di cittadinanza, sono quelli che  incontriamo ai tavoli nel confronto sulle problematiche della precarizzazione  nella Pubblica Amministrazione. Non facciamo un mistero, noi della Funzione Pubblica CGIL con la stessa Confederazione del fatto che uno degli obiettivi –  questo, sicuramente importante nel Mezzogiorno – è quello di arrivare, nel limite di ciò che è consentito  dalle leggi e dai contratti, ad una stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione, perché, tutto ciò sopratutto nel Mezzogiorno  non ha creato quelle esperienze di cui le Amministrazioni nel Mezzogiorno avevano bisogno.

    Immaginare, allora, che in questo contesto le questioni che riguardano, ad esempio, la gestione dei beni comuni  quelle che più incidono anche alla nostra attività negoziale e contrattuale: acqua, salute, istruzione  possano essere gestite con gli stessi ragionamenti è sbagliato,come è un problema la questione della riapertura del confronto con la nuova Giunta Regionale. Infatti, insieme all’attività contrattuale, l’elemento propedeutico è quello di ragionare attorno ad una sorta di programmazione partecipata. Abbiamo perso la grande esperienza che c’è stata nei nostri territori della programmazione negoziata. Vorremmo, quanto meno, sicuramente farla vivere in maniera innovata e rinnovata sapendo che, però, prima di ogni considerazione vengono anche le relazioni sindacali. Qualche punto di squilibrio comincia ad esistere.

    La nostra Regione -dopo l’esperienza  della Puglia, dell’Assemblea dei Grandi Elettori che ha condiviso candidato e programma elettorale- avrebbe  bisogno di avere continuità rispetto a quell’esperienza, che è di ordine programmatico, all’interno di questioni che si riferiscono a quelle che sono un ordinario protocollo di relazioni sindacali.

    Penso che,  immaginare di avere regole chiare anche con Governi amici sia un modo per affrontare la questione che riguarda l’illegalità, la problematica del Mezzogiorno e come si costruiscono quei presupposti che noi riteniamo necessari per lo sviluppo: quello della formazione e quello delle strutture. Infatti, strutture e formazione spesso confliggono con quella che è la carenza di una finalizzazione progettuale che,  dovrebbe essere una finalizzazione ampiamente concertata e partecipata. 

  


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Ugo MARANI
– Presidente Ires Cgil Campania
 

     Condivido le valutazioni fatte da Crispi e perciò, mi soffermerò poco sulle considerazioni che  ha svolto rispetto all’ attuale situazione del Mezzogiorno.

    Mi soffermerò anche poco sui temi relativi all’economia, un po’ perché credo che siamo tutti d’accordo su talune tematiche, un po’ perché adesso sparare sulla Croce Rossa è ancora peggio e poi perché in questo momento penso che su alcuni temi – e lo dico senza alcun vezzo – occuparsi di legalità, sviluppo soltanto con categorie economiche sia assolutamente debole.

     C’è bisogno di una riflessione più profonda.

    Della relazione di Crispi condivido l’approccio alla questione meridionale e la valutazione del quarantennio.

    E’ stato, certo, un modello – lo ha definito – oblativo-assistenziale e penso che siano gli aggettivi qualificativi giusti, anche se penso che, prima o poi, sarà fatta una rivalutazione strutturale dei fondamenti dell’intervento straordinario e di istituti famigerati come la Cassa del Mezzogiorno; ma questo avverrà quando riusciremo a vivere il presente come storia, in maniera più tranquilla.

    Vorrei soffermarmi su un altro fatto che è relativo alla legalità e al Mezzogiorno attuale: l’interpretazione generale che noi tutti diamo è che in questo momento ci sono due fattori condizionanti, richiamati anche dalla relazione.

    Il primo, è il brusco ridimensionamento dei Fondi che alle Regioni del Mezzogiorno venivano dati; il secondo. è lo stretto legame che viene fatto tra sviluppo e legalità.

    Non voglio mettere in discussione questi due paradigmi che sono comuni a tutti noi. E’ certamente vero che i problemi delle Regioni meridionali hanno a che fare fondamentalmente con la ristrettezza dei fondi, con la revisione del bilancio pubblico, con il Patto di Stabilità e queste sono cose sulle quali tutti noi ci siamo battuti in passato.

    Vorrei soffermarmi su due aspetti che credo siano importanti ai fini delle legalità e che travalicano l’economia.

    Primo: credo che nel Mezzogiorno, anche in Regioni amiche, si stiano determinando processi para-legali, se posso fare un’affermazione del genere, che riguardano le relazioni tra le strutture, i centri di spesa e i centri locali.

    Voglio essere più chiaro: nelle Regioni meridionali negli ultimi anni, paradossalmente, vediamo degli strani indicatori, gli investimenti cadono, ma spesso il reddito tiene; l’occupazione diminuisce, ma i consumi aumentano. Sono dati schizofrenici, si potrebbe pensare, che hanno a che fare, a mio avviso, con un ruolo che le Regioni meridionali hanno avuto negli ultimi anni e che è stato quello di contenimento del ciclo.

    In parte le Regioni meridionali si sono sostituite alla struttura centrale nel determinare il massimo di espansione delle proprie risorse. Detto questo, che potrebbe sembrare un titolo di merito, c’è da aggiungere, però, che non sempre questi fondi sono stati spesi con grande efficienza e con grande selettività e c’è da aggiungere che alcuni centri fruitori – mi riferisco a strutture locali come i Comuni – li hanno spesi con grande efficienza e con altrettanta legalità.

    Penso che su questo circuito del Mezzogiorno che riguarda la legalità dei fondi pubblici il Sindacato dovrebbe avere più attenzione. Il keynesismo delinquenziale – come lo ha chiamato un economista con grande efficacia – non riguarda soltanto il Ponte sullo Stretto di Messina, sul quale penso siamo tutti d’accordo; ma riguarda anche alcune Istituzioni pubbliche ed Istituzioni comunali amiche su cui il valore dell’utilizzo efficiente dei fondi, a mio avviso, viene assolutamente negato e penso che questo sia un fatto importante.

    Continuo su questo punto. L’economia, che sta dando sempre meno alla conoscenza del Mezzogiorno, negli ultimi anni ha proposto due fattori importanti: il ruolo delle Istituzioni e il capitale umano.

    Che cosa dicono questi studiosi un po’ meno abbacinati dalle formule quantitative? Dicono che per valutare le potenzialità di sviluppo di una Regione bisogna vedere il ruolo che hanno le Istituzioni e il capitale umano. Se li mettiamo insieme, capitale umano istituzionale, veniamo in alcuni casi al ruolo che le Istituzioni hanno nel Mezzogiorno.

    Ci sono Comuni che hanno avuto il doppio dei fondi di altri Comuni e si sono sviluppati a metà, quindi questo ci deve far riflettere sul ruolo che hanno le Istituzioni locali nello sviluppo. E’ quello che si chiama il capitale sociale e penso che su questo problema il Sindacato dovrebbe avere molta attenzione. In questo momento c’è, a mio avviso, un circuito perverso in molte Istituzioni locali che determina problemi di legalità e di mancato sviluppo, non è che il problema dei fondi nazionali non sia rilevante, ma ognuno deve togliere i propri scheletri dall’armadio, quindi se noi chiediamo più fondi, dobbiamo essere in grado di utilizzarli meglio.

    Passo ad un ultimo punto. Si dice che il problema della legalità possa essere rilevante e che vada eliminato con lo sviluppo.

    Su questo non c’è dubbio, ma proviamo a fare un esercizio controfattuale: immaginiamo che a Scampia e a Secondigliano il prezzo di crescita del debito sia il doppio, quindi il doppio dei ragazzi possano ricevere un salario di ingresso sul mercato del lavoro di 400-500 euro al mese. Quale è la convenienza di questo ragazzo ad utilizzare i 400 euro di formazione e invece non continuare la sua attività criminale? E’ assolutamente un problema di valori, cari compagni, non ha a che fare soltanto con lo sviluppo, ha a che fare con i valori.

    Non penso, quindi, che lo sviluppo di per sé determini legalità, ma in questo momento uno dei problemi più importanti che abbiamo è relativo ai problemi connessi, nelle Regioni meridionali, a molte persone di grande furbizia politica, ma di poco valore, nel senso di valori su cui far sì che un ragazzo possa scegliere tra i 2000 euro nello smercio della camorra a Secondigliano e i 400 euro del salario di ingresso con la famigerata Legge Biagi. 

 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Teodoro LA MONICA – Segretario generale Fp Cgil Sicilia
 

    Credo che la Funzione Pubblica abbia fatto bene a produrre questa riflessione, a discutere  dal nostro punto di vista  che è il lavoro che stiamo facendo in questi mesi, in questi anni per quanto riguarda il riposizionamento della Funzione Pubblica e del lavoro pubblico all’interno dello scenario italiano.

    Condivido l’impostazione della relazione e le riflessioni. Guardandole dal mio punto di vista- la Sicilia- ci sono alcune cose che mi preoccupano molto rispetto al ruolo che in questi anni hanno svolto sia le Istituzioni, sia i lavoratori pubblici.

    Volevo valutare la posizione dei politici rispetto al modo in cui si sta svolgendo l’impostazione o la presentazione della nuova campagna elettorale a livello nazionale e in quello siciliano.

    Sotto le vesti dell’autonomismo si sta creando un sistema clientelare molto forte. Lo possiamo verificare intorno alle vicende che riguardano Catania rispetto ai risultati elettorali e al fenomeno Lombardo sta producendo anche altri effetti.

     Penso che alcuni episodi siano anche  concordati tra i Partiti: alcuni esponenti politici escono dai Partiti, ma continuano a fare politica, perché anche il  Vicesindaco di Catania, Musumeci, esce da Alleanza Nazionale rincorrendo sul terreno autonomistico la stessa vicenda di Lombardo. In realtà è fondato tutto sulla spesa pubblica, perché le scelte che sono state fatte in Sicilia e che si stanno facendo da parte del Governo Regionale non  guardano agli investimenti, allo sviluppo e alla legalità; ma sono iniziative che puntano solo alla costruzione del consenso, “sic et simpliciter”, cioè nel modo più facile possibile perché per le stesse vicende che riguardano le scelte dello sviluppo - la Regione sicilia è quella che ha avuto più soldi da parte della Comunità Europea in questi ultimi anni - non  hanno determinato un’adeguata e conseguente spesa perché - la Sicilia - resta  la Regione che ha il più tasso di disoccupazione giovanile.

    C’è, quindi, qualcosa che non funziona: si spendono più soldi e non si produce occupazione. Quindi quei soldi non vengono investiti per produrre occupazione o  sviluppo; ma vengono spesi dal punto di vista assistenziale, clientelare e vanno a finire in altre fonti, non vengono utilizzati per creare condizioni di sviluppo.

    Se è vero che in Sicilia ormai le persone non si iscrivono più alle liste di collocamento e  assistiamo al fenomeno di una nuova emigrazione e non è quella per cui si partiva per andare a lavorare nelle fabbriche del Nord per poi  tornare e comprare una casa proprio nella zona di origine. Oggi c’è un’emigrazione di tipo culturale. Vanno via le persone che hanno studiato, che sono laureate e se ne vanno pensando di non tornare più in Sicilia,  abbandonano il Mezzogiorno e questo fenomeno è in contrasto con l’affermazione che faceva Bassolino. Questi,  sono i dati: ogni anno se ne vanno 30 mila persone dalla Sicilia; laureati che vanno in altri luoghi e infatti sappiamo che, nella ricerca, all’estero, ci sono molti siciliani.

    Quale è il problema? E’ nel fatto che le scelte, la selezione e la possibilità  non sono più legate alla qualità, perché si viene assunti o collocati in una certa posizione per l’amicizia con qualche potente e non contano più le capacità e le qualità personali. Questi sono i fenomeni su cui dobbiamo agire. Si sta sviluppando un’iniziativa che è di consenso anche se legata al clientelismo, cioè: si utilizzano i soldi per creare -come qualcuno dice- “clientelismo solidale” nel senso che è condiviso e originato dalla politica.

    Questo è il consenso ed è ciò che sta succedendo se analizziamo il fenomeno siciliano  anche in rapporto ai risultati elettorali. Il fenomeno di Catania è eclatante rispetto a questo riguardo. Quale è il problema? Qui emerge con forza il ruolo dei pubblici dipendenti: se  fossimo in grado di coniugare legalità e sviluppo, faremmo un salto di qualità fondamentale.

    Come si può fare per coniugare legalità e sviluppo? E’ solo un fatto repressivo? E’ solo un fatto giudiziario? No, dovremmo essere capaci, con il nostro progetto – e credo che questa dovrebbe essere la capacità di noi tutti abbiamo utilizzando  il ruolo del pubblico impiego – di affermare che se le imprese vincono un appalto e sono mafiose, in quel caso dovrebbe esserci la rescissione dell’appalto. Insomma, occorre creare una rete  mettendo assieme quelle aziende che  possono svilupparsi dal punto di vista della legalità. E ciò è valido per tutto, e per i negozi,  per il racket, per il sistema dei comparti, perché il risultato maggiore -oggi è abbandonato- che ha determinato  la sconfitta della mafia siciliana si è avuto quando si sono tolti beni e patrimoni.

    Nei programmi che  andiamo a sviluppare, nei nostri ragionamenti relativi alla Pubblica Amministrazione, occorre inserire fenomeni di questo tipo, fare in modo che ci sia un meccanismo sanzionatorio per cui se si produce legalità e  il è lavoro fatto bene, c’è la premialità; se si produce un altro effetto, c’è la recessione del contratto;  altrimenti anche se la magistratura può intervenire a monte,  la mafia così non la sconfiggeremo mai. Non dobbiamo più parlare di manovra di contrasto alla mafia, ma  di sconfitta della mafia se vogliamo fare un ragionamento vero per quanto riguarda questa situazione. In questo senso credo che il pubblico impiego abbia un ruolo fondamentale.

     Abbiamo maturato alcune riflessioni in questi  mesi e settimane – a qualcuna di queste credo abbia partecipato Podda – sul ruolo dei pubblici dipendenti rispetto alla legalità, non alla lotta alla mafia, perché  spesso dietro alla parola “mafia” si nasconde tutto,  la mafia nasce da mille illegalità giornaliere,  dalla cultura che le produce perché spesso  è necessario rivolgersi a qualcuno per poter ottenere qualsiasi cosa, anche un posto all’ospedale. Queste sono le cose a cui maggiormente possiamo contribuire come pubblici dipendenti per dare un contributo vero al cambiamento e allo sviluppo.

 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Dario SCALELLA
– Presidente della Confapi Campania
 

     Debbo ringraziarvi in maniera non formale, perché ancora una volta ho la possibilità di intervenire in un momento importante di confronto come quello di questa mattina.

    Sono arrivato un po’ in ritardo da Roma, ma ho avuto la fortuna di ascoltare un po’ di interventi,  di leggere la relazione di Crispi e di riflettere sulla polemica che ho sostenuto in CONFAPI Nazionale due giorni fa, quando qualcuno mi ha detto: “E’ strano che il commento dei dati dell’ISTAT che fai partire dalla CONFAPI Nazionale è identico, molto simile a quello che alle 15.58 aveva fatto Fammoni (CGIL)”  che aveva  declinato le motivazioni di questa regressione dell’occupazione nel Sud in modo analogo a quelle sostenute nella nostra interpretazione. Può sembrare strano che le analisi che facciamo come piccole e medie imprese siano coincidenti, ma, secondo me, non è un caso che in questa situazione lo siano. Proprio per questo trovo importante le valutazioni di questa mattina, contenute  nella relazione di Crispi che in gran parte condivido. C’è un problema: non sono più una controparte negoziale –anche se poi non è così- perché  sono tante le questioni di sofferenza del nostro territorio che, purtroppo, la competizione o il confronto negoziale viene un attimo dopo aver ragionato su questioni che sono chiare e palesi a tutti e che tenterò di proporvi brevemente.

    La prima è questa: nella relazione vedo un richiamo all’impegno della Pubblica Amministrazione a svolgere un ruolo differente. Se concordo sul fatto che non è il caso di commentare la situazione politica nazionale perché è come sparare sulla Croce Rossa, credo, però sia il caso di dirci che cosa stiamo facendo localmente e quali sono le emergenze contro cui stiamo correndo come un treno verso il muro.

    Mi riferisco al fatto che a me interessa molto la riflessione sui fondi non spesi, ma se fossero stati spesi,  per cosa li avremmo impegnati? Questo è l’elemento che caratterizza  Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, che corrono il rischio di ritrovarsi nuovamente sul treno delle Regioni in ritardo di sviluppo, perché non sono in grado di riflettere sul modo sono stati spesi  precedentemente fondi.

    Tre anni e mezzo fa, invitato da Gravano ad un Convegno della CGIL, dissi: signori cari, non ci credo al fatto che 52 PIT in Campania partiranno e riusciranno a dare risultati, investiranno i soldi e si faranno tutta una serie di cose. Se quelli della Puglia e delle altre Regioni meridionali sono molti di meno, vuol dire che noi abbiamo interpretato la programmazione non come scelte strategiche sul territorio, ma come “diamo un po’ a tutti” e, alla fine, non riuscendo a far partire i progetti. Questo è l’elemento per cui, provocatoriamente, vi direi (perché l’ho detto in un incontro di imprenditori e ora lo dico al Sindacato): qualcuno di voi che ha prospettive a breve di avere una liquidazione o qualche soldo, magari vince all’Enalotto o quello che volete, investirebbe in questo momento su questo territorio?

    Pensateci due secondi e vedete quale è il motivo per cui fra due giorni facciamo partire un comunicato con il nostro trimestrale delle piccole e medie imprese in cui vedrete sui giornali come, al di là dell’ottimismo che non può non caratterizzare un imprenditore, per cui le previsioni occupazionali erano in crescita del 10%, ci siamo trovati nel trimestre ad avere –2,9% e l’ottimismo degli imprenditori diminuiva in modo costante durante tutto quest’anno.

    La sensazione è quella per cui non si riesce a dare ottimismo, perché la funzione del pubblico,sul terreno dell’analisi,ci vede concettualmente separati. Non bisogna aspettare che il pubblico investa di più, ma occorre operare perché il pubblico investa meglio sapendo dove vuole arrivare e cosa vuole fare, capisca di più cosa ha programmato per programmare meglio. Inoltre, c’è un’altra  cosa a cui voglio accennare.

    Ci sono scadenze che, drammaticamente, ci vengono addosso. Come territorio stiamo per pagare il fatto che il 30 settembre si verificherà la mancata programmazione da parte di tutte le Regioni del Sud dell’Agenda 2007-2013 per riuscire ad avviare un qualche mutamento. Dobbiamo farlo sapendo che abbiamo pochi giorni di tempo e non sarà facile avviare  il confronto con le parti sociali, perché non credo che con altri giorni a nostra disposizione, riusciremo a confrontarci, capire, stabilire, programmare. Invece tutto è -secondo me- la scadenza più importante che mi permetterà di far capire ai miei colleghi del Nord se l’Agenda comunitaria  che,  definisce gli assi strategici di riflessione comune tra le parti sociali. Tutto ciò è importante perché è quello che mi chiedono.

    Dopo gli articoli su “Il Sole 24 Ore”, gli imprenditori del Nord mi dicono: “Allora questi nuovi Fondi comunitari dove saranno investiti? Così verifichiamo  se dobbiamo intervenire dalle vostre parti e in quali settori ed io non sono in grado di rispondere positivamente a questa domanda.

    Il confronto sociale su queste cose non esiste nonostante che in Campania siamo stati i primi, a livello nazionale, a firmare un Patto per lo Sviluppo. Marani, ricorda bene, perché assieme a Gravano abbiamo scritto cose fondamentali discusse a Napoli  e che verranno sollevate dai nostri amici della Confindustria in alcuni momenti, dimenticando che la fiscalità di vantaggio non la decidiamo noi. E’ una partita europea che va discussa, programmata; altrimenti ci rimandano a casa perché i nostri obbiettivi non sono definiti con precisione e con scelte nette. Questo era il contenuto del documento nazionale, in quanto risultato delle riflessioni emerse dal territorio. La Campania ha fatto  proposte interessanti nel documento redatto da Marani. Ricordo le Commissioni, gli incontri, i ragionamenti che non ci sono stati che potrebbero vederci improvvisare come abbiamo fatto l’altra volta. Dobbiamo, allora, svolgere una funzione seria, precisa che ci faccia davvero diventare classe dirigente come sento affermare, in questo periodo, da molte parti. Anche se siamo tutti d’accordo è opportuno che ciascuno, secondo il proprio ruolo ed il mio è quello di Presidente della Confapi della Campania, operi perché le regole siano rispettate prima di tutto dall’elemento pubblico.

     Vivo in una città dove, quando chiudono una strada; il pubblico non rispetta quello che dice all’impresa di fare: cioè mettere i tabelloni, indicare il nome del Direttore dei lavori; definire il costo dell’appalto con la data dell’inizio e della fine dei lavori che comporta definire i tempi in cui in quei luoghi si potrà passare di nuovo. Torno a fine agosto e vengo a sapere che i cantieri non hanno funzionato, perché un’azienda,  una che io dovrei rappresentare, ad agosto non ha lavorato non di notte, come si fa in Europa, perché i negozi erano chiusi, quindi non riusciva a comprare il cemento. A Milano questa cosa fa ridere e da noi dovrebbe far arrabbiare perché nel momento in cui succede una cosa del genere da un’altra parte, il responsabile viene immediatamente identificato e cambiato.

    Criminalità per me è mancanza di rispetto delle regole, è passare con il taxi infrangendo divieti, mettendo così in difficoltà chi rispetta le regole.

    Vorrei chiudere dicendo che se non siamo in grado di fare un’agenda con scadenze che vengano rispettate e concertate, non meritiamo di essere classe dirigente. Mi farò  un grande obbligo di dire chiaramente che le scadenze non rispettate sono una mancanza di democrazia, perché la democrazia è il rispetto delle regole, delle scadenze e deve essere concessa a tutti la possibilità di interagire con questa  ultima scadenza della programmazione comunitaria che potrebbe, per un’altra volta, mancarci. Vi chiedo soltanto di riuscire, assieme, a ragionare più spesso su un’agenda di breve scadenza per riuscire ad affrontare quella che vedo come la prossima emergenza.

    Dico a Gravano che sono disponibile subito anche ad aprire un tavolo “a latere”, per proporre un documento, perché di fronte all’emergenza bisogna sedersi e riuscire a ragionare e a programmare non con i tempi dell’urgenza; altrimenti anche il migliore amministratore fa  scelte sbagliate e si corre il rischio di non capire le regole, chi e come le deve rispettare. 

 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Paolo NEROZZI
- Segretario Confederale Cgil
 

     Parto da un elemento di attualità: le dimissioni di Siniscalco dimostrano quanto questo Governo non riesca non solo più a governare il Paese, ma la sua permanenza è un elemento di aggravamento delle condizioni economiche e democratiche di questo Paese.

     Credo che abbia fatto bene il Segretario generale  della CGIL  a dire -questa mattina- che per le persone che noi rappresentiamo, in particolare per la parte più debole della popolazione, per il lavoro dipendente, per i pensionati, per chi non ha lavoro, si debba andare subito alle elezioni anticipate e si debba dare a questo Paese un Governo legittimato, capace di  governare e fare le scelte  complicate, necessarie  per ristabilire le regole democratiche di questo Stato.

 Credo  sia importante che sia stato detto subito,  perché ogni settimana, ogni mese che si perde, non solo  aggrava le condizioni delle persone, ma è anche una settimana, un mese che rende tutto più instabile, più insicuro, e perciò aumenta l’insicurezza, la solitudine delle persone e più generale del Paese.

    Anche altre organizzazioni hanno chiesto, in questi giorni, una rapida  soluzione di tipo elettorale. Siniscalco che si dimette e Fazio che va a Washington sono l’emblema di qualcosa che non funziona.

    Fazio si doveva dimettere e non Siniscalco. Se, poi, si pensa a  una soluzione con il vecchio ragioniere dello Stato, Monorchio;  ma si apriranno tali e tanti problemi di natura economica, che renderanno ancora più difficile e complicata,  la possibilità di uscire dalla crisi pesante in cui versa il nostro Paese.

    Non c’è solo un problema di declino:  siamo a  livelli di indebitamento e di sfascio della Pubblica Amministrazione, dello Stato centrale che questo Paese non ha mai visto.

    Si parla del ’92-’93, ma nel ’92 avevamo uno Stato più o meno funzionante. Oggi quel tipo di Stato non c’è più.

    L’attualità, rimanda ad alcune considerazioni generali che, sono l’oggetto della discussione di questa mattina.

    Nell’iniziativa del Governo in questi cinque anni, sono stati  capaci di attuare il loro disegno, che era un disegno  organico  dalla prima legge che hanno approvato, sul falso in bilancio, all’ultima che hanno proposto: la legge elettorale. In queste iniziative c’è un elemento di continuità e  di sostituzione dello Stato costituzionale così come lo abbiamo conosciuto.

    Vorrei sottolineare una coerenza drammatica tra le affermazioni famose di Lunardi che, con la mafia si convive, e la scelta dell’illegalità come strumento di governo. Infatti, quando si fanno le sanatorie, le finanziarie basate sui condoni, emerge un’idea di governo dello Stato fondato sul principio della illegalità e si interviene non solo in maniera massiccia sui diritti fondamentali delle persone, ma si colpisce anche una cultura, si solletica una parte nascosta che è dentro ognuno di noi, e nella storia civile di questo Stato e del modo in cui è stato costruito, per cui in qualche modo si dice: “Arrangiamoci: tu costruisci il  terrazzino e noi ci facciamo cinque televisioni”; certo il rapporto fra il terrazzino e televisione non è  immediato da un punto di vista economico, ma l’aspetto negativo è nel meccanismo per cui l’illegalità diventa vita quotidiana.

    Questa è un’idea dello Stato che si muove attraverso due forme:  la deregolamentazione più selvaggia e l’assenza di controllo. Vi sono anche simboli di questo degrado. Le auto della Polizia che si fermano perché non c’è la benzina sono un segno di riconoscimento, di un disprezzo di tutto ciò che è statuale.

    L’idea che sta dietro alle posizioni sulla procreazione assistita è altrettanto inquietante, del divieto di Ruini sui PACS che è l’opposto di una frase del Vangelo che dice: “Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio”. Questi interventi, indicano il tentativo di controllo totale della vita delle persone. E’ l’idea di uno Stato diverso, di un’ipotesi neo-autoritaria e plebiscitaria interna al disegno berlusconiano,  fallito certo e che, però, in qualche modo, ha colpito i corpi intermedi della società, e cioè tutto ciò che aggrega in modo collettivo, i bisogni, gli interessi, le speranze delle persone.

    E’ attaccata la CGIL da Sacconi che peraltro si è dovuto scusare, ma c’è stato anche l’attacco alla Confindustria di D’Amato, a CISL e  UIL che pure, nella loro idea di “piuttosto di niente, meglio piuttosto”, avevano tentato un dialogo con questo Governo e non sono state neanche convocate. Perché questo? Perché questo Governo ha scelto di non avere  rapporti con tutto ciò che rappresenta le istanze collettive e  anche l’ultima vicenda del CNEL, odiosa, verso il compagno Larizza, ha il significato di togliere tutto ciò che è in qualche modo abilitato a rappresentare le parti sociali, l’espressione collettiva.

    Questo, non riguarda solo le parti sociali ma anche l’associazionismo. Perfino Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, non vanno bene perché anch’essi rappresentano  istanze collettive.

    Questo modo di fare è  anticostituzionale e colpisce un punto nevralgico della Costituzione, perché nella Costituzione è scritto che lo Stato è composto dallo Stato centrale, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni. C’è una contraddizione enorme se si pensa a come sono state trattate queste istituzioni dal punto di vista economico, da quello dei diritti e della condivisione. Le istituzioni locali, anche nel Mezzogiorno, dove la  partecipazione è storicamente diversa, avevano ed hanno contribuito a rappresentare una sedimentazione di domande e l’emergere di un’organizzazione della democrazia che è importante per questo Paese.

    Ecco perché la questione democratica è importante e parte dalla democrazia nelle città, nei luoghi di lavoro, ed arriva fino ad una riflessione sul pubblico e all’interno di questo, al problema dell’illegalità e ai rapporti che questi processi hanno determinato nell’economia.

    Il rappresentante delle piccole imprese diceva che se la Regione Campania va all’estero, e tenta di portare capitali in Italia, la prima difficoltà che incontra attiene al problema dell’illegalità; la seconda, è il sistema bancario; la terza, è il funzionamento della Pubblica Amministrazione di cui nessuno si occupa. In qualche modo, allora, la battaglia sulle questioni della legalità e il ripristino di un ruolo del pubblico che comprende non solo l’apparato dello Stato, ma il sistema dell’autonomia delle Regioni, diventano un elemento importante.

    Rispetto a tutto ciò, è necessario avviare un processo che metta insieme tre questioni: le riforme necessarie a questo Paese, a cominciare da una revisione anche degli aspetti del sistema amministrativo e della Pubblica Amministrazione, l’altra questione è la partecipazione delle persone e il potenziamento della democrazia, e quindi diviene decisivo ridare un ruolo importante alle Regioni, alle Province, ai Comuni.

    Accanto, però, alle riforme e alla partecipazione, c’è la questione del rispetto della legalità e dico una frase che capisco possa essere “hard”: la fase repressiva. Infatti, c’è la partecipazione, le regole, la democrazia, le riforme e, poi, la repressione  che vuol dire rispetto della legge, come, ad esempio, il pagamento delle tasse, che è un punto centrale, perché l’evasione fiscale, in tre anni, ha portato via a questo Stato il 40% delle risorse che si prendevano negli anni precedenti a seguito della Riforma Visco, e che potevano essere utilizzate per fare investimenti nel sistema industriale, in quello formativo e della ricerca.

    Il pagare le tasse è a fondamento della democrazia. La Magna Charta inglese nasce, appunto, su chi deve pagare le tasse e come queste si pagano.

    Accanto a questo c’è  la repressione dell’illegalità.

    Il lavoro nero si supera, come abbiamo, detto a Bari, con un insieme di misure dove è previsto anche l’aspetto repressivo, è anche per questa ragione che occorre ridare  dignità alle lavoratrici e ai lavoratori della Polizia, delle finanze, della magistratura. Insomma: ridare un ruolo sociale a questi lavoratori.

    In questo quadro c’è la questione della Pubblica Amministrazione.

    Ci troviamo in una fase in cui tutto il lavoro che si era fatto dal 1996 al 2001 è stato demolito: lo è stato nell’immagine collettiva che si ha della Pubblica Amministrazione; soprattutto, è stato disarticolato nell’individualità, nelle speranze, nella generosità che negli anni Novanta si era costruita attorno al pubblico impiego per avviare il processo di riforma.

    Penso alla riforma delle finanze, che non ci sarebbe stata senza il pubblico impiego, a quella delle pensioni, all’avvio del processo di federalismo solidale.

    Bisogna ridare ora motivazione alla Pubblica Amministrazione e riaprire una fase di riforme della Pubblica Amministrazione, che non è quella che invoca “Il Sole-24 ore” qualche volta, con Cassese e i suoi allievi del Centrosinistra, del Centrodestra, del Centro-Centro (dove abitano di più, per loro naturale collocazione), che è quella di dire: “Diminuiamo i pubblici dipendenti ed aumentiamo le consulenze, magari a noi stessi.” Non è questa la strada, quella della consulenza, degli appalti senza controllo, dell’irregolarità nella Pubblica Amministrazione; ma è quella di usare le forze che ci sono, riqualificarle, sapere che tutto il pubblico impiego non è uguale e noi ci siamo candidati a rappresentare la parte del pubblico impiego che vuole cambiare questo Paese, i servizi e la Pubblica Amministrazione e fare di queste lavoratrici e  lavoratori il perno di una rimotivazione dell’idea dell’Amministrazione e dello Stato.

    Credo che questo sia il compito che la Funzione Pubblica si è data e la nuova centralità che ha posto nel Congresso.

    Inoltre, dobbiamo riprendere quel lavoro,  fatto nel Mezzogiorno dalla CGIL, in particolare da quella della Campania e dalle Camere del Lavoro, che in questi anni hanno sviluppato un’analisi ed un rilancio della contrattazione territoriale in rapporto alla programmazione.

    Penso che il Congresso debba essere un luogo (a cominciare da quello della Campania e delle altre Regioni, in particolare continentali) per il rilancio di una politica coordinata e per costruire insieme agli amici della CISL e ai compagni della UIL, un’interfaccia a quell’idea importante dei Presidenti delle Regioni meridionali che è il loro Coordinamento.

    A quel Coordinamento dobbiamo collegare uno nostro, prima di CGIL e poi unitario  con la distinzione dei ruoli e con un rapporto con le forze sociali dell’imprenditoria, del commercio e dei servizi, che sono importanti per uscire dalla crisi.

    Leggevo un testo desueto -perché in epoca berlusconiana quei testi andrebbero bruciati- un testo del giovane Marx, secondo cui proprio nei momenti di crisi dal lavoro e dall’impresa possono venire fuori quelle spinte che aiutano il cambiamento non solo delle condizioni economiche, ma anche quel rinnovamento statale e pubblico  nel senso lato di questo termine, che investe  l’Università, le Camere di Commercio, le banche. Insomma, occorre potenziare il bene pubblico, che è necessario per uscire da una crisi che  è molto pesante e dall’uscita da questa crisi dipenderà il ruolo del Movimento sindacale, ma, soprattutto, il soddisfacimento  delle speranze, dei bisogni e delle sofferenze di coloro che rappresentiamo.

                                      


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005

Antonio SANTOMASSIMO – segretario generale FpCgil Napoli
 

    La grande opportunità che ci offre l’iniziativa che teniamo, oggi, come Funzione Pubblica a Napoli è quella di rendere concretamente avviato  un percorso –  faceva bene Crispi ad introdurlo  nella relazione – nel dibattito congressuale, di una strategia, un progetto riformatore e di rilancio del Paese, ma anche la consapevolezza – che questo Paese esce distrutto nella sua struttura economica dello Stato, nelle sue funzioni cruciali e centrali, nella sua dimensione sociale.

     Credo che sia un reale problema il fatto che le disuguaglianze che in questi anni si siano alimentate non solo rispetto alle ricchezze ulteriormente accentrate in una minoranza  già  ricca impoverendo tutta la maggioranza dei ceti popolari e  intermedi; ma anche rispetto a ciò che è accaduto nella crisi,  con il declino industriale.

    E’ diverso rispetto alle disuguaglianze ciò che cosa è avvenuto nel Paese e quello che cosa è successo nel Mezzogiorno nei confronti delle persone (i lavoratori, le lavoratrici, i pensionati) in relazione alle dismissioni industriali, alla diminuzione del potere d’acquisto delle retribuzioni al peggioramento delle condizioni di vita e di fruibilità dei servizi dei nostri concittadini. Credo che ci sia un punto cruciale per lanciare una grande idea, una grande rivendicazione di mobilitazione rispetto ai temi che qui sono stati posti, all’interno della fase congressuale,  rispetto ai nostri posti di lavoro, alla nostra gente, perché c’è un’esigenza primaria che quando intendiamo parlare del Mezzogiorno come problema e come risorsa occorre avere un progetto per il futuro. Abbiamo la necessità di individuare elementi verificabili e condivisibili su come poniamo il tema del rilancio. Da questo punto di vista abbiamo due grandi pericoli e problemi che sono quelli indicati da Nerozzi e ce ne è anche uno che è indotto dall’azione di questo Governo che è fuori da ogni regola, fuori da ogni condizione civile e democratica del Paese.

    Vengo a questioni più vicine a noi, a Napoli, per provare a dare un contributo.

    Tutto quello che sta avvenendo e che sta  mettendo in ginocchio i servizi, dalla Sanità a quelli sociali è il modo in cui funziona la Pubblica Amministrazione in questa realtà.

     Questo è un punto essenziale per riavviare una controffensiva sulla base di ciò che pesa  su lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego, che è proprio da dove si eroga l’offerta del servizio e da dove si incrocia con la domanda. quindi tende ad incrinare proprio questo.

    La partita che sta avvenendo, con l’azione di  Storace e di esponenti napoletani di Alleanza Nazionale  è emblematica. Non è pensabile che esponenti del Governo e della maggioranza  annuncino avvisi di garanzia ad Assessori, annuncino esiti di Commissioni di accesso nella Sanità o negli Enti locali. Le Commissioni di accesso non hanno più regole civili e democratiche da anni e mettono in discussione non solo l’erogazione dei servizi, ma chi è preposto ad organizzarli e ad assumere le responsabilità e ciò porta ad una  criminalizzazione dei lavoratori.

    Sono state qui ricordate tutte le vicende del “Cardarelli”, non solo sullo sperpero di risorse, sulle ipotesi di collusioni nell’esternalizzazione dei servizi. E’ di questi giorni quello che è avvenuto all’ASL 34 a Pomigliano sulle questioni che riguardano le infiltrazioni camorristiche -tutte cose annunciate-  che per adesso hanno creato in quella realtà territoriale una paralisi  della Sanità con le ovvie conseguenze.

    Dobbiamo rinnovare il sostegno della nostra gente alla magistratura, come affermava Crispi nella relazione.

    Bisogna che si faccia piena luce, ma credo  che ci sia una differenza tra quella che è la magistratura e le questioni della legalità a noi care e da sempre nostre e quello che questi esponenti della Destra, stanno portando avanti in questo Paese ed è uno degli aspetti che non va sottovalutato. Come non va sottovalutato che a Napoli è necessario utilizzare questi ultimi mesi in modo più concreto rispetto alla gente.

    La partita che riguarda la realtà napoletana ha bisogno di fare un passo avanti.

    Non è assolutamente secondario il problema della Sanità – lo ricordava Savio all’inizio - è uno degli elementi dirompenti in questa nostra realtà, sia per le condizioni, sia per la realtà che sta degenerando.

    Un aspetto che riguarda anche come si affronta nella città un’esigenza di rilancio delle questioni quando parliamo di uguaglianza, intendiamo discutere di nuovi diritti di cittadinanza. Cioè di un Welfare dei diritti che abbiamo sostenuto e del modo in cui si reperiscono le risorse, perché a poche risorse corrispondono scarsi diritti.

    C’è bisogno di una grande azione di rilancio dai luoghi delle funzioni pubbliche. Su questo, probabilmente, -e credo che sia un punto nevralgico e strategico– dobbiamo proseguire ad essere noi stimolatori di grandi azioni di recupero.

    Qualcuno diceva: “Siamo ad alcuni mesi dalla campagna elettorale, c’è ancora tempo per porre mano alle correzioni.”

    Credo ci sia una differenza che la stessa Amministrazione del Comune di Napoli deve assumere fra quella che è la politica degli annunci che evocano grandi consensi, grandi passioni, ma hanno bisogno di trovare concretizzazione.

     La questione dei rifiuti, del traffico, dell’alluvione e i problemi che riguardano la Polizia municipale e i servizi sociali siano  elementi rispetto ai quali dobbiamo avviare un’ipotesi di recupero e di azione.

    Quando il Sindaco di Napoli sottovaluta quello che è avvenuto con il nubifragio commette un errore e lo fa perché imita qualcuno che già ha rimesso consenso e prestigio in questo Paese dicendo le cose diverse da quelle che sono.

    C’è una città che da questo punto di vista ha avuto dei problemi e ciò è avvenuto nel 2001 e nel 2003. C’è un Sottosegretario, che si chiama Martusciello, che prese impegni nel 2001 e non li ha mantenuti. C’è bisogno, invece, di ribaltare e di dire a questo Governo che è un Governo che fa promesse vane.

     C’è un bisogno anche di comprendere che tutto questo non può ricadere  sugli operatori e sui lavoratori di quei settori. Penso al servizio fognature del Comune di Napoli.

    Sono questioni strutturali e quando si parla degli interventi, si tratta di migliaia di miliardi. C’è un problema che va posto e noi sosteniamo chi lo porrà ed è quello di ritagliare rispetto alla partita della sicurezza e della legalità di ritagliare uno spazio nuovo e moderno al corpo di Polizia municipale di questa città.

    La questione della riforma è una cosa fortemente voluta dalla nostra organizzazione, ma ha tempi troppo lunghi. Dobbiamo ricostruire un rapporto fra cittadinanza ed operatori della Polizia municipale al più presto possibile.

    La questione del sequestro dei motorini, ad esempio, è stato un punto di visibilità e di cambiamento; ma occorre ricostruire il punto di sinergia fra chi opera, fra le varie Forze dell’Ordine e, in modo particolare, che cosa la Polizia municipale deve essere in questa città e  non sono i posti di favoritismo, di privilegio, le situazioni di comodo e gli esoneri per i turni disastrati e disgraziati; ma grande trasparenza, rispetto delle regole che noi vogliamo inserire con una riforma che elevi il sistema di funzionamento e di organizzazione del lavoro all’interno della Polizia municipale.

    Siamo pronti. Lo abbiamo detto più volte. Siamo nelle condizioni di portare avanti questo progetto; abbiamo bisogno che il tavolo si reinsedi perché abbiamo colto che la grande volontà della cittadinanza di Napoli vuole questo.

    La questione delle riforma delle dieci municipalità è un punto strategico che va realizzato adesso, va reso disponibile, è l’elemento di riaggancio a quella che è la pratica del funzionamento e dell’organizzazione della Pubblica Amministrazione rispetto alla partecipazione diretta dei cittadini, democratica, convinta, motivata ed è uno dei punti che vanno recuperati in questa città rispetto al punto in cui siamo.

    Da questo punto di vista, bisogna anche essere un passo avanti, perché la riforma delle municipalità deve avere dentro anche una riorganizzazione di un punto nevralgico di questa città verso i servizi sociali dove si determinano effettivamente i bisogni di una città come Napoli dove si è sperimentato prima il reddito minimo di inserimento e adesso quello di cittadinanza. Le operatrici e gli operatori di quei servizi subiscono una disorganizzazione ed una carenza organica di personale e di professionalità che è paurosa.

    Credo che l’occasione della riforma delle Municipalità debba avviare e portare a compimento un percorso di questo tipo, perché,  c’è l’altro aspetto: quello di portare avanti un elemento di sinergia – io dico anche coordinamento – fra alcuni servizi che fra loro si stanno danneggiando.

    Le questioni del 118, della salute mentale, dei servizi sociali in questa città stanno arrivando a  paradossali. C’è, sicuramente, una carenza di organizzazione da parte dell’Ente locale, nelle finalità, obiettivi e organizzazione del lavoro; ma rispetto a tutto ciò, probabilmente, c’è anche una questione che riguarda il fatto che alcuni servizi strategici, come quelli dell’emergenza, non possono essere utilizzati per l’ubriaco, per la persona che in quel momento si sente emarginata, abbandonata perché ovviamente, molte di queste fanno capo a chiamate del 118.

    C’è, poi, questa partita fra lo stesso servizio di salute mentale , nella intersecazione e accavallamento di competenze.

    Credo sia necessario strutturare le questioni che riguardano il supporto dei servizi sociali in modo netto, marcato e liberare il 118 di queste funzioni sapendo che questo è un problema della città e questa realtà ha bisogno di un grande momento di rilancio, anche perché c’è anche una grande precarizzazione del personale,  medici in testa.

    Su questi aspetti bisogna essere di stimolo e sollecitare l’Amministrazione di questa città per dire: “mettiamoci al lavoro in questi mesi”. Possiamo tradurre in risultati che su questi tre o quattro esempi che possono  consentire il recupero di un forte rapporto con i cittadini. Podda, usa sempre fare questo esempio: se si andasse in una struttura pubblica con i cittadini in coda e si chiedesse di sottoscrivere un’adesione allo smantellamento -nel momento in cui si ha il disagio dell’attesa- della possibilità di usufruire di quel servizio, tutti firmerebbero per una cosa del genere, con tutto quello che ne conseguirebbe.

    Credo che, invece, il problema vero sia proprio nel contrario: poter porre una possibilità di rilanciare le funzioni pubbliche, sulla base di un grande progetto che è quello dei diritti fondamentali in questo Paese, in questa città, in questa Regione e rispetto a questo mettere al centro l’iniziativa delle lavoratrici e dei lavoratori del pubblico impiego rispetto per una battaglia di civiltà, di socialità, di coesione e di sviluppo di Napoli.   

 


Intervento al Dibattito - Napoli, 22 settembre 2005
Angelo SUMMA
– Segretario generale Fp Cgil Basilicata
 

    Vorrei semplicemente sviluppare una breve riflessione in relazione a questa iniziativa sul Mezzogiorno. Vorrei ringraziare Antonio Crispi ricordando che abbiamo fatto altri incontri come Funzione Pubblica per preparare anche questa scadenza.Saluto i compagni della Campania, li ringrazio per la discussione di oggi.

     Vorrei portare l’esperienza della Basilicata e ragionare ciò che stiamo facendo nel quadro politico in cui operiamo.

    La Basilicata da metà degli anni Novanta,  dal 1995, al 2006 ha iniziato a crescere, ha avuto una grande capacità di spesa nella premialità ed anche sullo sviluppo, però negli ultimi anni di questa fase  che coincide con il Governo Berlusconi, anche in Basilicata si vivono due effetti: uno è quello delle crisi ricorrenti e quindi del  modello di sviluppo che inizia ad avere qualche problema. L’altro aspetto, è quello che attiene alla cultura che sta contaminando anche i Governi regionali di Centrosinistra per effetto di quello che è avvenuto nel nostro Paese con il Governo di Centrodestra.

    Nel nostro Paese, dopo quattro anni di Governo berlusconiano, che ha smantellato tutto il sistema fiscale nel nostro Paese e lo stato di diritto; accade che  le Amministrazioni di Centrosinistra, dove l’etica e i valori dovrebbero essere principi molto forti, si fanno contaminare da pratiche discrezionali della gestione della Cosa Pubblica.

    Abbiamo avviato una battaglia fortissima in queste ultime due settimane contro il Governo di Centrosinistra in Basilicata, perché ha iniziato ad incrementare le percentuali sui dirigenti esterni; perché  definisce i Co.co.co con criteri discrezionali, perché accade che nella Pubblica Amministrazione non si selezionano più le classi dirigenti con criteri soggettivi.

    Insomma, succede che nella Pubblica Amministrazione, i Governi di Centrosinistra rinuncino a dare quel valore etico della gestione alla Cosa Pubblica ed io sospetto che non ci possa essere sviluppo nel Mezzogiorno e che non è solo una questione di risorse economiche, di strumenti. Dobbiamo affrontare il problema di porre al centro questi aspetti:  come si valutano i dirigenti, i manager della Pubblica Amministrazione, perché ci è stato spiegato da chi ha costruito questa riforma, che se vogliamo bravi manager dobbiamo pagarli e se vogliamo una buona Amministrazione, questi dirigenti devono essere valutati con criteri oggettivi per evitare che si innesca il criterio dell’appartenenza politica e non quello della competenza nella gestione della Cosa Pubblica.

     Credo che senza una ripresa culturale nuova, di valori e di etica nel Mezzogiorno non possiamo rilanciare lo sviluppo.

    Abbiamo registrato dati positivi dal 1996 al 2001, perché vi era un quadro di riferimento diverso, venivamo da una stagione di forte partecipazione, di cambiamento del Paese, dove i valori e il senso etico della politica erano ancora accesi e lì si sono iniziati a registrare i primi cambiamenti di sviluppo non solo come strumenti della negoziazione programmata.

     Affrontare questi temi, affrontare anche la semplificazione amministrativa degli Enti inutili, delle Comunità montane, delle tante ASL significa rafforzare il ruolo del pubblico del nostro Paese, cioè occuparsi meno delle nomine nelle ASL e preoccuparsi di utilizzare le risorse della Sanità per curare le persone, perché credo che per ogni onere sottratto alla cura delle persone si indebolisce il servizio pubblico e lo sviluppo del nostro Paese.