DICHIARAZIONE
di Sandro Morelli

 al

Comitato direttivo Nazionale CGIL del 16-17 luglio 2001 e al 
Comitato direttivo Nazionale FP Cgil del 20 luglio 2001

 

 

Da tempo sono convinto che questo congresso avrebbe potuto e dovuto porsi l’obiettivo di qualificare l’autonomia della CGIL attraverso la capacità di fornire un contributo originale, vivo e non ossificato in rigide contrapposizioni interne, alla rielaborazione di un progetto e di un nuovo radicamento per le sinistre sia politiche che sociali.

Il voto del 13 maggio – non imprevisto - ha enormemente accentuato quest’esigenza e i primi atti del Governo di centro-destra, specie quanto al rapporto col sindacato e con gli interessi che rappresenta,  rendono drammaticamente evidente ed attuale sia quell’esigenza che la caducità di posizioni congressuali irrigidite sin dall’inizio del percorso congressuale stesso. Valga, per tutti, l’esempio del modo ripetitivo e poco attuale col quale – seppur da punti di vista opposti - viene affrontata, nei due documenti, la questione della “concertazione” fra Governo e parti sociali.

 

Sarebbero state necessarie, al fine di dar vita ad un congresso vivo ed efficace, almeno tre condizioni:

 

      Un confronto con queste caratteristiche, in grado di far pronunciare e di far contare 

      liberamente e creativamente le opinioni delle iscritte e degli iscritti, avrebbe potuto dunque

      coinvolgere unitariamente – ma non unanimisticamente - tutte le esperienze e le culture

      che, nella CGIL, vivono ormai nell’unico luogo politico-sociale comune all’insieme delle

      sinistre, sia nella pratica sindacale e contrattuale che – non va dimenticato – nel governo

      unitario della Confederazione e dei sindacati di categoria.   

Un tentativo di questa qualità avrebbe avuto davvero un impatto straordinariamente forte, originale ed efficace anche sulla crisi e sulle divisioni della sinistra politica; 

La proposta – elusa e respinta sia nella maggioranza che nella minoranza della CGIL – di tentare l’elaborazione di un unico documento articolato per Tesi fra loro alternative, aveva esattamente lo scopo di rompere lo schema consueto ed aprire una strada finalmente nuova, consentendo alle posizioni innovative presenti non solo nella minoranza ma anche nella maggioranza, di liberarsi dalle rigidità degli attuali schieramenti “globalmente contrapposti” e di convergere su alcuni punti fondamentali determinando davvero, così, la concreta possibilità di affermare le correzioni e gli adeguamenti considerati importanti e necessari.    

Il regolamento congressuale approvato, rendendo ancora più ardue – rispetto allo scorso congresso - le condizioni per presentare persino emendamenti, ha confermato, infine, la chiusura dinanzi all’esigenza della ricerca di una svolta vera e l’intento “continuista” sia della maggioranza che della minoranza.

Io penso si sia trattato di un’occasione colpevolmente mancata, e questo giudizio lo sento confermato anche dal rischio di una sovraesposizione politico-partitica della CGIL e delle sue componenti interne. Una sovraesposizione che comprendo (e, nel merito, condivido) in ragione della crisi e del confronto che in questa fase impegna i Partiti della sinistra, ma che sento incongrua se formulata in termini di impianto di un documento congressuale della CGIL – che è in sè “soggetto politico” autonomo - e insidiosa, in prospettiva, anche perché, non puntando ad una nuova regolazione trasparentemente unitaria e protesa alla ricerca delle “sintesi”possibili fra le componenti interne, preluderebbe, di fatto, all’ossificazione, nella CGIL - per linee partitiche esplicite ma non dichiarate - delle divisioni che travagliano la sinistra politica e ne attraversano anche le singole formazioni. 

  Per questo insieme di ragioni - che si fondano su convincimenti che vengono da lontano e su di un modesto ma tenace impegno personale in questi anni - io non mi sento, in questo Comitato direttivo, di promuovere, sottoscrivendolo, nessuno dei due documenti congressuali.

  Spero che questa piccola ma sofferta testimonianza non venga interpretata né come un atto  di indifferenza o di “equidistanza”, né come espressione di aristocratica supponenza, che avrebbe davvero il sapore del ridicolo dal momento che, nel merito, le mie modeste convinzioni ho cercato sempre di esprimerle senza iattanza ma anche senza reticenze o calcoli, e continuerò ad esprimerle nei modi e nelle sedi che mi saranno consentiti, anche in occasione di questo confronto congressuale. Chi vorrà ascoltarle e valutarle potrà sempre farlo.

  E non escludo (anzi, mi auguro) che eventuali spazi nuovi di confronto che dovessero emergere - a partire dai congressi di base - con lo svolgersi del congresso, o modificazioni coerentemente motivabili dei miei convincimenti attuali possano consentirmi, in qualche modo, di parteciparvi attivamente.

Non mi sento affatto estraneo a tale confronto né, tanto meno, intendo sottrarmi alla responsabilità di partecipare pienamente all’esperienza della CGIL, specie in questa fase difficile.